Le rivoluzioni delle Interfacce utente



35 anni fa i mezzi per produrre ed accedere ai dati erano prevalentemente meccanici: macchine da scrivere, stampanti, raccoglitori, classificatori. Questo implicava un’attenta produzione dei dati strettamente necessari e una conseguente necessità di ordinarli e classificarli in modo da renderne semplice la ricerca.

Negli anni ’80 i terminali eliminarono alla radice il problema degli errori di battitura e l’uso della carta copiativa. Ne soffrirono maggiormente le scuole di steno-dattilografia che sparirono nel giro di 3-5 anni. I primi computer di quel periodo erano soltanto una versione più moderna dei terminali.

L’onore del primato, per l’interfaccia grafica in un uso commerciale,  spetta al Machintosh nel 1984. Ma solo negli anni ’90 si propagano i desktop con l’interfaccia a finestre:  quello che considero il primo sistema, valido per un uso da ufficio, è Windows 3.1 del 1992 e, successivamente nel 1995, appunto, Windows 95. Ed entrambi non sono altro che concretizzazioni dell’interfaccia ipotizzata da Douglas Engelbart nel 1968 in una demo dove Englebart mostrò per la prima volta un mouse (che lui chiamava bug).

L’uso di queste interfacce rese molto più semplice l’accesso ai computer. Quindi quel suono, click, che nel tempo è diventato verbo, attivava funzionalità differenti a seconda del posto su cui era eseguito. L’attenzione (e la conoscenza) si spostò tutta sugli elementi grafici su cui far suonare il mouse. Ma ci furono altre vittime. Pochi ricordano i volti dei tecnici esperti, immobili di fronte a queste novità, o disgustati rispetto a quei sistemi per videogames o immersi per giorni nella lettura di manuali e user guide prima di voler posare una mano su di un mouse. Poi la rete fu la seconda vittima: velocià enormi di 28.8 kbit/s si ottennero nel 1994 con l’adozione dello standard V.34 , e tra il 1998 ed il 1999 fu sviluppato lo standard V.90 che permetteva velocità di addirittura 56 kbit/s.

Ai primi del 2000 le interfacce iniziarono un periodo di tregua. Miniaturizzazione e nuove reti decretavano la diffusione del telefono cellulare che, di botto, riportava le interfacce utenti ad una aspetto primitivo rispetto a quello che ci proponevano i desktop.  Nel 2004 la consolle per giochi Nintendo DS introdusse, per la prima volta con una larga diffusione, un dispositivo touch screen sul mercato (in realtà i primi touch screen risalgono al 1985 introdotti dalla General Motors).  Oggi guardandosi intorno in un mezzo pubblico non sembra vero che il primo iPhone è stato commercializzato nel 2007. Le interfacce di tipo touch ci circondano ovunque e sono in continua espansione. Ma sono interfacce che definirei sempre di tipo contestuale, ossia dove un gesto assume un suo significato in bas al contesto in cui viene eseguito.

Ma sia le interfacce touch che quelle grafice dei desktop secondo me hanno in comune una cosa: il contesto lo fornisce il dispositivo. Il click ha senso solo all’interno dello schermo, i movimenti delle dita hanno una conseguenza solo su quanto mostrato dal touch screen. Ossia noi osserviamo i dispositivi e decidiamo come gesticolare in modo che il dispositivo ci capisca, ma è un liguaggio specifico: basti pensare che i gesti cambiano da iOS di Apple e qualsiasi dispositivo Android.

Io penso che nel futuro il conteso salterà fuori dai dispositivi! Anzi saranno i dispositivi ad osservare noi. In effetti già con la consolle per giochi Wii nel 2006 e con il Microsoft Kinect nel 2009 ne abbiamo avuto un assaggio. Ma presto avremo dei televisori che interpretano un nostro gesto come un comando per attivare un detrminato canale e, se lo stesso sarà fatto da un’ospite o da un minore il televisore potrebbe non reagire. Le prossime vittime saranno i telecomandi nelle nostre case e coloro che non ne sapranno fare a meno.

Date un’occhiata al primo filmato e potete farvi un’idea di quanto potrebbe essere abbastanza vicino un futuro simile: non vi ricorda la pubblicità di un televisore che permette di trasferire le foto da un tablet allo schermo con un gesto?

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