Dallo scorso Dicembre anche su Linea EDP


LineaEDPDa Dicembre dello scorso anno è iniziata una collaborazione con la rivista LineaEDP che ospiterà nelle sue pagine un articolo del sottoscritto nella rubrica Riflessioni dal WEB. L’avventura ha avuto il via, appunto nel numero di Dicembre, con un articolo dal titolo L’IT non è una lingua morta.

Ma l’aspetto importante è che questa è un’opportunità ulteriore per dare spazio a riflessioni su temi suggeriti da voi. Quindi non esitate ad inviarmi le vostre idee o richieste. Certamente sottoporrò il tutto alla redazione del periodico. Intanto vi riporto alcune parti dell’articolo di Dicembre:

A una riunione partecipavano un italiano, un inglese ed un francese. Ciascuno parlava così così una lingua straniera e tutti capivano un pó la lingua degli atri due. Si decise di tenere la riunione parlando ciascuno, lentamente, la propria lingua d’origine. Funzionò, si capirono tutti, il piano fu rivisto e i punti critici indirizzati. Non è il prologo di una barzelletta, ma una situazione reale in cui mi sono trovato, da un cliente, alcuni mesi fa.

Nelle organizzazioni ICT la questione della lingua è sempre stata, nella valutazione delle competenze professionali, una componente più o meno esplicita; questo perché manuali e supporti hanno sempre richiesto un contatto in lingua Inglese. Quindi, per la conoscenza di una nuova tecnologia, chi necessitava di una traduzione in Italiano “arrivava dopo” e non riusciva a padroneggiare le novità.

Ma i tempi sono cambiati e le problematiche di comunicazioni stanno crescendo su ambiti differenti da quello linguistico; un mutamento conseguenza della trasformazione dei mezzi di comunicazione, ma anche di un diverso mix generazionale presente nelle aziende. […] quindi si deve favorire e sostenere l’introduzione e l’adozione di strumenti diversi dalla solita mail aziendale. tenendo presente che negli anni 80,  molti capi valutavano male chi al lavoro “perdeva tempo dietro al PC”….

 

 

L’equilibrio tra impegno e soddisfazione di un master da conciliare con il lavoro


Non ci sono dubbi sul fatto che chi sceglie un master si interroghi sul valore aggiunto che esso porta alla scelta del lavoro e alla propria crescita professionale. Oggi infatti – più di qualche tempo fa – si cerca di aggiungere un plus al proprio curriculum, spesso proprio con un master la cui scelta è sempre molto ragionata e orientata alla ricerca di quella specializzazione che possa dare una marcia in più e quella sicurezza lavorativa a cui ogni neo-laureato aspira.

Il progetto Alta Formazione in Apprendistato promosso da IBM prevede un master (organizzato dal Politecnico di Milano) della durata di due anni e fa sì che lavoro e studio, aziende ed università siano realtà continuamente intrecciate: noi alumni (22 in totale tra IBM e altre 3 multinazionali) sfruttiamo al massimo gli insegnamenti dei docenti del master facendo tesoro del tipico approccio accademico/teorico ai problemi – attitudine che ha notoriamente poco a che fare col problem solving aziendale; i professori, dal canto loro, cercano continui confronti e novità provenienti dalle “forgerie tecnologiche” delle nostre aziende.

Ogni lezione del master viene resa interattiva con spunti di dibattito tra noi ed i docenti. Ogni corso si conclude con una sessione di valutazione data da un test a risposta aperta o una tesina. La valutazione svolta mediante tesina implica un’impegno diverso dal test e a mio avviso un approccio più costruttivo: scelto il topic col docente inizia infatti il lavoro in team (2/3 persone) che si conclude con l’esposizione del tema. Questo diventa momento non solo di valutazione da parte del docente, ma anche di apprendimento da parte dei colleghi del master: i temi proposti, infatti, riguardano progetti su cui lavoriamo in azienda così come argomenti d’avanguardia tecnologica lontani dallo specifico ambito lavorativo.

Il continuo scambio tra università e azienda, accennato inizialmente, credo risulti ora evidente.

Gli argomenti trattati al master durante le lezioni vanno dalle architetture multi processore, ai sistemi operativi fino a trattare temi di virtualizzazione, cloud computing, green IT e ottimizzazione dei data center; il tutto in linea col titolo del master: “Sistemi Centralizzati per il Cloud Computing”.

Quanto all’impegno richiesto, come prevedibile, nei periodi di esami la corretta gestione del tempo diventa fondamentale per organizzare in maniera adeguata il carico dato da studio e lavoro insieme. Onore al vero, in azienda abbiamo la massima comprensione nei periodi clou del master da parte di manager e colleghi per far si che gli esami siano sempre superati con profitto.

La frequentazione di un master, in conclusione, nonostante implichi un carico di lavoro maggiore, porta evidentemente con sè un valore inestimabile: l’azienda, ha un ritorno d’immagine non indifferente e mette in evidenza, dal canto suo, l’attenzione alla formazione delle nuove leve; noi partecipanti al progetto, non possiamo che vantarci dell’investimento fatto per la nostra crescita professionale e andare fieri dei contributi innovativi che ogni giorno apportiamo al nostro lavoro.

Al Politecnico di Milano: un Master per gli specialisti IT di domani. Come è andato?


Non mi entusiasma proporre annunci o pubblicare per intero comunicati che mi vengono forniti. E’ nello spirito di questo posto commentare e dar seguito alle notizie. Per questo metto a disposizione questi due video che, oltre alle intenzioni dell’azienda, mostrano le opinioni dei partecipanti.

Il 14 giugno 2011, in un comunicato stampa si annunciava “Il Politecnico di Milano ha organizzato con la IBM un Master universitario per 16 giovani laureati in discipline tecnico-scientifiche dal titolo: “Sistemi centralizzati per il Cloud Computing”. […] Elemento qualificante del Master è l’inserimento, con un contratto di alto apprendistato, nei team IBM all’interno delle diverse organizzazioni aziendali impegnate a sviluppare soluzioni e progetti di cloud computing per i clienti. Il Master è incentrato sul mainframe, un’architettura che si riconferma strategica per le imprese che intendono avviare progetti innovativi e che scelgono il cloud computing per trarre vantaggi sostanziali in termini di efficienza, ottimizzazione delle risorse e riduzione dei costi, tutte caratteristiche connaturate proprio nell’architettura del nuovo zEnterprise.

E in questo video Francesco Silveri (IBM STG Europe Advanced Technical Skills People Manager) spiega come è strutturato il master:

Bene. Questa attività è partita e non c’è miglior commento di quello che potete sentire direttamente da due partecipanti al Master, Marco Chirico e Margot Currao :

Skill Shortage – “Il tempo passa e l’uom non se ne avvede”


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Skill Shortage.

Si sente spesso parlare di “Skill Shortage” per quanto riguarda gli specialisti mainframe. Tradotto in altre parole “skill shortage” rappresenta la preoccupazione delle Aziende di non poter reperire tecnici specializzati essendosi formato un vuoto generazionale dove l’eta’ media del personale con competenze sale e non viene sostituito da giovani leve.

Alcuni paventano che cio’ sara’ la causa che determinera’ l’estinzione del mainframe, altri associano il fenomeno a piu’ complessi meccanismi socioeconomici.

In modo molto piu’ pragmatico, altri ribaltano il rapporto di causa effetto ed affermano che il mercato del lavoro semplicemente offre cio’ che le Aziende richiedono ed esprimono fiducia sulla capacita’ di formare all’occorrenza tecnici preparati.

Probabilmente una mano alla risoluzione del problema l’ha dato il Governo Monti. Con il poco velato obiettivo di evitare il tracollo dei conti dell’INPS ha portato l’eta’ della pensione a quasi 70 anni ( e fra un po’ toglieremo quel “quasi”).

Ci sono delle caratteristiche che differenziano il profilo professionale di un tecnico Mainframe e che e’ lo specchio stesso del diverso modo di approccio fra un mainframe ed un pool di sistemi open.

E possono essere riassunti in:

  1. Non si puo’ applicare ad un sistema “Z” l’installazione “Alzheimer”  (Inserisci il CD e dai enter, enter …. Fino alla fine)
  2. Il sistema host e’ tutt’altro che intuitivo. Le righe di comandi sono quanto di piu’ lontano dai click sulle icone.
  3. Spegni e riaccendi e vedrai che va. Il toccasana di tutti i mali, ma  una cosa che non va sul mainframe, spento e riacceso continua a non andare. Per contro una cosa che va su mainframe continua ad andare fino a quando non viene spento.

Ed a questi dobbiamo aggiungere altri motivi che potremmo definire intrinseci e congiunturali:

  1. E’ sufficiente poco personale per gestire e risolvere le problematiche di grandi sistemi.
  2. Il compattamento dei centri e le continue richieste di tagli ai costi ne ha ridotto il numero di addetti.
  3. IBM fornisce servizi software di preparazione di pacchetti preconfezionati di grande stabilita’ e  semplici da mantenere
  4. Non serve piu’ essere raffinati cesellatori dell’Assembler.

Allora, quali conclusioni possiamo trarre?

Si puo’ dire che lo “skill shortage” esiste veramente od e’ semplicemente l’evidenza delle minori risorse umane necessarie per mantenere un mainframe?

Oppure, lo “skill shortage” e’ un problema ed e’ aggravato dal fatto che giovani sono a contatto da subito con sistemi che ne formano una mentalita’ cosi’ lontana ed  incompatibile a quella di un professionista mainframe?

Un video per imparare lo zEnterprise


Per tutti coloro che ancora non hanno  avuto modo di farsi un’idea dello zEnterprise e che non sono soddisfatti dalle informazioni contenute nelle brochure  o letti rapidamente in internet è disponibile il un video su youtube che dedica ben 3 ore nella descrizione delle funzionalità e delle caratteristiche dello zEnterprise.

E’ un video che riproduce interamente il modulo EZT05 di formazione. Chiaramente è in Inglese, ma non è così impossibile seguire l’istruttore, anzi per me è stato un doppio training.

Invece totalmente in italiano è il seguente video relativo all’annuncio dello scorso anno. E’ un bel video che oltre ad una estrema sintesi offre la possibilità di vedere a 360 gradi l’aspetto delle frame z196, z114 e zBX.